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20 OTT 2014
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una Nuova Destra?

Leggo, da lontano, del corte della Lega di Salvini in Piazza Duomo. Leggo del ritorno di una destra arrogante e violenta.
Non bisogna banalizzare, ma piuttosto cercare di capire cosa sta succedendo.

Penso che l’idea di Salvini sia di lanciare da Milano -con un’ambizione non più solo padana- una destra modello “maggioranza silenziosa”, ma con una base popolare composta dal ceto medio urbano impoverito; in particolare da componenti importanti del pubblico impiego (vedi la presenza in piazza di alcuni rappresentanti del sindacato di polizia) e di quel vasto mondo dei lavoratori “garantiti” che si sentono abbandonati dalle politiche sul lavoro del Governo -e, in parte, dal sindacato.
Il tutto con una spruzzata di (pessimo) estremismo da riciclare (Casa Pound), che si sposa bene con una generica allergia verso quel “precariato” culturale, sociale e identitario che è facile attribuire alle “maggioranza invisibile” di ceti sociali che il Governo Renzi sta finalmente, per nostra fortuna, guardando in faccia.
Il modello, pericolosissimo, è quello di una nuova “maggioranza silenziosa” e conservatrice da opporre a quella “maggioranza invisibile” che finalmente -grazie soprattutto alle politiche sul lavoro- sta emergendo nella società e nella politica italiana.

Da un punto di vista prettamente politico, l’idea, ovviamente, è di costringere NDC e FI a schierarsi (con Renzi? con la Lega? Nel governo o fuori?)- e mettere così in difficoltà la candidatura a Milano di Lupi..Ci vuole poco a capirlo.

Se fosse così, io credo che si debba evitare una risposta che non sia basata solo sul buonismo (“siamo di sinistra, siamo accoglienti, siamo antirazzisti”) di chi si compiace della propria generosa predisposizione all’integrazione del “diverso”.
Il punto non è infatti la (sempre giusta) difesa del diverso, ma piuttosto la convinzione che questo tipo di destra rischia di mettere in difficoltà le politiche di rilancio del nostro Paese.
Rischia di diventare una Boa per tutte le minoranze che si sentono minacciate da una politica re-distributiva finalmente convincente e efficace.

Per questa ragione, trovo davvero debole la risposta di chi si contrappone a Salvini solo con l’appello all’integrazione, alla bontà, all’accoglienza.
Chi pensa che basti il -pur fondamentale- richiamo ai valori dell’antirazzismo per combattere una destra che sta giocando su un campo diverso e pericolosissimo.

Il campo su cui dovremmo combattere questa nuova destra populista è piuttosto quello della ricchezza di risorse culturali e imprenditoriali che una città cosmopolita offre oggi rispetto ad una città mono/etnica, monoculturale.
E’ quello di raccontare una Milano -e un Paese- già integrati e multiculturali, con una popolazione di (più o meno recente) immigrazione già super-attiva, che produce ricchezza e servizi x tutti.
Una comunità di italiani di diversa origine geografica, che -come succede nei Paesi avanzati- sta reggendo l’economia italiane e quella di una metropoli come Milano proprio in tutti quei settori (manifatturiero, servizi, imprese creative) che i dati della Camera di Commercio ci indicano come i più dinamici e capaci di una forte reazione alla crisi.
Dobbiamo spiegare che l’accoglienza -con le dovute e necessarie regole- è una necessità per l’economia italiana, non solo un atto di buona volontà.

Il PD, il PD di Milano, deve battere un colpo e chiamare la politica italiana a fare propria questa campagna.

14 OTT 2014
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Classico, contemporaneo, digitale. Una conversazione a e su Firenze con Hans Ulrich Obrist pubblicata su HuffingtonPost.it

Il sindaco Dario Nardella ha invitato a Firenze Hans Ulrich Obrist, curatore di arte contemporanea e co-direttore della Serpentine Gallery di Londra, e Stefano Boeri, architetto e consigliere per la cultura del capoluogo toscano, e ha radunato intorno a loro le figure più interessanti nel campo dell’arte contemporanea e del patrimonio rinascimentale della città. Durante il pensatoio, avvenuto nella sala degli Elementi di Palazzo Vecchio, si è discusso di come nell’era digitale un museo possa valorizzare il proprio patrimonio classico lanciando l’idea di un archivio permanente di interviste ai personaggi mondiali più influenti a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo, tra classico e contemporaneo.
Lorenza Baroncelli, architetto, li ha intervistati.

Lorenza Baroncelli: Si potrebbe dire che fino al 1530 Firenze è stata la capitale planetaria dell’arte contemporanea. E che da quel momento in poi è diventata la città/scrigno di un patrimonio universale. Come può Firenze—e con lei tutto il Paese—tornare ad essere un epicentro creativo della cultura?

Stefano Boeri: Io credo che dobbiamo imparare a dosare le tre grandi forme con cui il contemporaneo si avvicina al Classico e in questo caso al grande patrimonio dell’umanesimo rinascimentale.
La prima forma, la più comune e facile, è quella del “confronto ravvicinato”: artisti contemporanei che realizzano opere in prossimità spaziale e tematica con opere celeberrime della storia. Sculture o pitture di artisti contemporanei affiancati a opere classiche; o inserite in architetture storiche.
A Firenze, nel centro in particolare, è quasi impossibile sfuggire a questo confronto, che ovviamente serve soprattutto a spostare l’attenzione del pubblico sul contemporaneo, ma non garantisce di per sé alcuna qualità all’esperienza dell’arte. Anzi, abbiamo spesso assistito allo sforzo di artisti più o meno affermati di salire sulle spalle dei giganti del passato per mettersi in scena…uno spettacolo discutibile.
Una seconda forma di relazione tra contemporaneo e classico la definirei del “debito rigenerativo”: artisti che usano le opere classiche non per affiancarvi o giustapporvi le proprie, ma per render conto del grande debito culturale verso un patrimonio su cui hanno fondato le base della loro creatività, della loro poetica. Ricordo negli anni ‘80 Artist’s Eye, un ciclo di mostre alla National Gallery di Londra nel corso delle quali, in sequenza, una decina di grandi pittori viventi selezionava, analizzava e spiegava un corpo di opere straordinarie e in qualche modo fondative della loro creatività artistica.
Ricordo David Hockney che scrutava Piero della Francesca, così come Francis Bacon con Masaccio. Questo secondo approccio ha il vantaggio che non legittima tout court, per semplice prossimità, il contemporaneo, ma lo responsabilizza e chiama il pubblico ad interrogarsi sul senso della storia e delle traiettorie imprevedibili del sapere.

LB: Quindi una forma riguarda il “confronto ravvicinato” in cui artisti contemporanei affiancano le proprie opere a quelle classiche, la seconda, che definisci “debito rigenerativo”, in cui figure contemporanee interrogano la storia a partire dalla loro poetica, qual è invece la terza forma?
SB: Un terzo formato di rapporto tra contemporaneo e classico/antico lo definirei “per risonanza”. Non si tratta di un accostamento mimetico (per tema), o spaziale (entro lo stesso ambiente), ma dell’attivazione di una vera e propria interpretazione generativa dell’arte classica. Tra gli esempi più recenti, cito Cenacoli Fiorentini che la compagnia di Virgilio Sieni ha messo in scena nei Refettori di quattro chiese fiorentine. Il movimento dei corpi degli attori—scelti e vissuti dal pubblico che li circonda e percepisce come donne e uomini della quotidianità—evoca e richiama la gestualità congelata negli affreschi e produce un miracoloso effetto di risonanza. Non si assiste ad uno spettacolo di danza o teatro e neppure si entra a contemplare le opere (per altro pochissimo note) di grandi pittori come Andrea del Sarto, Perugino, Domenico Ghirlandaio e Andrea del Castagno—ma si è coinvolti in una vera e propria esperienza di fruizione di un’arte che fa vibrare le figure affrescate insieme con i corpi in scena, producendo un corto circuito spazio/temporale inedito.
Questa terza forma, come le precedenti può coinvolgere linguaggi differenti del contemporaneo e dell’arte passata (ad esempio accostando danza o teatro contemporaneo a pittura rinascimentale) ma avviene “qui ed ora”, ed è costitutivamente legata all’esperienza del pubblico, che la attiva e la spegne a secondo del contesto e del tempo di fruizione.

LB: Queste tre forme con cui il contemporaneo si avvicina al classico possono coesistere o una esclude l’altra? In che modo possono aiutare Firenze a tornare ad essere un epicentro creativo della cultura?
SB: Questi tre formati di relazione non sono tra loro alternativi. Al contrario, in alcuni casi straordinari, si fondono.
Io credo che Firenze dovrebbe tornare a essere un luogo di sperimentazione; di esplorazione di queste e altre forme di relazione tra storia e contemporaneo. Credo che Firenze abbia la centralità geografica e la potenza simbolica per guidare una grande innovazione nella cultura italiana e nelle forme della fruizione e del turismo culturale. La sfida è aperta.

LB: Ma come si può mettere in atto concretamente questa sperimentazione?
Hans Ulrich Obrist: Come Erwin Panofsky diceva, molto spesso il futuro è fatto di elementi del passato. Spesso gli artisti contemporanei esprimono l’esigenza di confrontarsi con la storia e poche città sono così fertili come Firenze per sperimentare quelle che Douglas Coupland definiva “estreme forme di contemporaneità”.
Un anno fa ho cominciato con Simon Castets una ricerca intitolata 89plus (www.89plus.com), dedicata a tutti gli artisti, architetti, scienziati, poeti che sono nati dopo il 1989. Sebbene più del 50% dell’umanità sia nata dopo la caduta del muro di Berlino, questa straordinaria generazione, nata dopo l’invenzione d’internet e cresciuta completamente in un mondo digitale, non è ancora sufficientemente visibile. Una domanda che durante quest’anno e mezzo di ricerca è spesso ritornata è: cosa possiamo fare per questa generazione?
Una cosa che è stata molto importante per me quando ho cominciato a fare il curatore sono state le residenze. Mi ricordo quando nel 1991 ho avuto per la prima volta la possibilità di lasciare la Svizzera e passare tre mesi a Parigi.
A Berlino il meccanismo delle residenze si è diffuso così tanto da raggiungere la scala urbana.
Se pensiamo a un luogo con così tanta storia come Firenze, le residenze potrebbero essere uno strumento di sviluppo fondamentale.
Viviamo in un contesto sempre più accelerato, con avvenimenti che si susseguono uno all’altro sempre più rapidamente che mi sembra fondamentale creare la possibilità di fare ricerca. Ma la cosa più bella legata a questa idea di ricerca, se guardiamo Berlino, è che decine di artisti famosi nel mondo sono rimasti a vivere in quella città.

LB: Investire su giovani artisti è l’unico modo per esplorare “estreme forme di contemporaneità”?
HUO: No. Come abbiamo discusso oggi con il sindaco Nardella c’è anche l’idea di collegare diverse discipline. Pochi giorni fa mi sono trovato in una conversazione tra gli artisti Olafur Eliasson, Tino Sehgal, insieme con Frederik Ottesen e Bertrand Piccard, gli inventori del Solar Impulse e Stewart Brand, l’inventore del Whole Earth Catalog, cercando di risolvere il problema di un aereo solare. Per risolvere queste grandi questioni del Ventunesimo Secolo doppiamo riunire tutte le discipline.
Ci sono diverse possibilità per costruire questa connessione tra discipline. Il primo modo è quello auto-organizzato. Ho sempre pensato che l’appartamento di Stefano Boeri è un grande laboratorio di trans-disciplinarietà. A casa sua ho incontrato scienziati, designers, artisti.
La mia prima volta a Milano, per esempio, dieci anni fa ho incontrato tutta la generazione di Ettore Sottsass, Achille Castiglioni, Vico Magistretti, Enzo Mari che parlavano con artisti e scienziati.
Questa trans-disciplinarietà può naturalmente capitare in appartamenti ma ci sono state esperienze molto interessanti accadute nelle scuole. Per esempio, se ripensassimo al Black Mountain Collage, ci renderemmo conto che ha creato un grande laboratorio trasversale: c’era Richard Buckminster Fuller, John Cage, c’era il giovane Robert Rauschenberg, c’erano i poeti. L’energia di una generazione era concentrata in un unico luogo.

LB: La necessita di una nuova trans-disciplinarietà del 21° secolo riguarda solo l’educazione?
HUO: No. Esiste la possibilità di inventare nuove istituzioni.
Le istituzioni tendono generalmente alla divisione dei saperi. L’unico progetto che ha avuto la forza di superare questa divisione, è stato il Fun Palace di Cedric Price. Nel 1960 Price, visionario architetto inglese, insieme al direttore di teatro Joan Littlewood, ha progettato—e mai realizzato—una istituzione che fosse una fusione di tutte le discipline grazie alla sua capacità di modificare quotidianamente gli spazi.
Quello che facciamo due giorni l’anno con le Maratone alla Serpentine Gallery a Londra è il progetto del Fun Palace del Ventunesimo Secolo, una istituzione capace di fondere insieme quotidianamente la musica, l’arte, la scienza.
L’idea di un Fun Palace del Ventunesimo Secolo, di una nuova istituzione, è diventata il tema del Padiglione Svizzero che ho curato alla 14° Biennale di Venezia, in cui tu, Lorenza, hai lavorato come direttore scientifico insieme a molti artisti e architetti come Herzog & de Meuron, Tino Sehgal, Philippe Parreno e Dominique Gonzalez-Fœrster.
Ma non solo il legame tra discipline è fondamentale oggi. Sarebbe importante creare nuove connessioni tra istituzioni. Non posso parlare di Firenze perché non conosco bene la città, ma in molte altre città c’è molto poca collaborazione tra le istituzioni di arte, letteratura, cinema, musica, architettura. Arte e scienza rimangono sempre due culture distinte, non si crea mai una terza cultura che scaturisce dalla fusione delle prime due.

LB: La fluidità tra discipline, tra istituzioni, come si confronta con la rigidezza del concetto di eredità storica così predominante, quasi soffocante, in un territorio come quello italiano? Che cos’è il classico nell’era digitale?
SB: Il rischio, oggi, è di cadere in quel “presentismo” che Salvatore Settis evoca citando Thomas Stearns Eliot. Un atteggiamento che legge il passato solo in funzione dell’uso presente immediato e così facendo schiaccia interi universi di storia e li riduce a decalcomanie, a “icone” di successo.
Il rischio da evitare è di confondere Storia e Passato, banalizzando così la potenza, sia distruttiva che generativa, del tempo. Il tempo seleziona, mette in ombra, sovraespone fasi diverse del passato in ragione di una Storia che è sempre “agita”, prodotta nel presente contemporaneo.
Bisognerebbe sempre avvicinarsi alle opere del passato sapendo che quello che oggi sprigionano è unico e diverso dall’ispirazione prodotta dieci, cento, mille anni fa. Rispettarle significa semplicemente riconoscere quell’articolato e variabile condizionamento che hanno saputo sprigionare nel tempo a contatto con mille successive e diverse contemporaneità.
Ma significa anche, per noi “adesso” contemporanei, assumerci la responsabilità di un giudizio e di un valore assegnato, attraverso la storia attuale alle opere del passato.
Il canone di “classico” dovrebbe stare tutto dentro questa responsabilità, e dunque essere un valore variabile, temporaneo. Altrimenti diventa un’etichetta che si appiccica una volta per tutte sulle opere.

LB: Ieri abbiamo visitato insieme il Corridoio Vasariano agli Uffizi, è un posto che pochi conoscono e visitano, anche per voi era la prima volta, che effetto vi ha fatto?
HUO: La visita al corridoio mi ha fatto venire in mente l’idea di “curare” una città. Questa discussione iniziò durante il mio primo incontro con Stefano, quando venni a Milano per dare una conferenza alla Triennale di Milano che lui aveva organizzato. Stefano mi venne a prendere all’aeroporto con la sua vespa. Nel viaggio discutemmo dell’esigenza di trasporre il concetto di “curare” su una scala urbana, non nel senso di piano urbanistico, ma più sull’idea di ascoltare, di rafforzare i processi auto-organizzativi, di creare i giusti legami con le istituzioni. Iniziammo a progettare una mostra chiamata Citizens che non siamo mai riusciti a realizzare.
Queste idea di “curare” una città, è diventata qualche anno dopo una grande mostra chiamata Laboratorium, che ho inaugurato nel 1999 ad Anversa insieme a Barbara Vanderlinden. Per alcuni mesi l’intera città si trasformò in un grande laboratorio. Abbiamo lavorato con molti musei e centri di ricerca scientifici, invaso molte case vuote cercando nella città spazi inusuali in cui fare incontri con l’arte.
In quella occasione, non era più una unica istituzione la protagonista ma piuttosto avevamo attivato tante potenzialità nel tessuto urbano.
Questa idea ricorda molto il progetto Magnet di Cedric Price, che sosteneva che fosse sufficiente inserire dei magneti nella città per generare nuovi legami tra le strutture che esistono nel territorio. Così accadde ad Anversa. I dialoghi iniziati durante i mesi della mostra continuarono anche dopo la sua chiusura.

LB: Credete che il Corridoio Vasariano potrebbe essere un luogo adatto per sperimentare nuove temporalità fluide?
SB: Visitando ieri con Hans Ulrich Obrist il Corridoio Vasariano agli Uffizi—luogo mirabile, potentissimo e in fondo non abbastanza valorizzato—pensavo al ruolo straordinario del Vasari nell’interpretare il “capitale sociale della cultura” del suo tempo. Cioè quell’insieme di relazioni, pregiudizi, affetti, ispirazioni reciproche che avvolge artisti, creativi, intellettuali, scienziati in alcuni moneto della Storia. E pensavo che forse nessuno oggi come Hans ha saputo riprendere nell’attualità quel lavoro meticoloso e ossessivo di mappatura del capitale sociale della cultura vivente e appena passata.
Le sue quattromila interviste sono un patrimonio di cultura attiva; un “corridoio” da cui sarebbe utile passare e far passare pubblici vasti ed eterogenei.
Ecco, io credo che Firenze dovrebbe considerare con attenzione la possibilità di ospitare quel “corridoio di voci e volti e idee” prodotti nella nostra epoca che lui hai registrato e costruito come archivio del sapere. E invitarlo a rigenerarlo di continuo.

LB: Credo che non ci potrebbe essere modo migliore per concludere questa intervista. Spero di poterci rincontrare presto a Firenze.

da:

http://www.huffingtonpost.it/stefano-boeri/hans-ulrich-obrist-stefano-boeri-musei-era-digitale_b_5975582.html?utm_hp_ref=italy&utm_hp_ref=italy

10 OTT 2014
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alluvione a Genova

Da Sarno a Genova, le conseguenze drammatiche dell’incuria dell’uomo verso il suo paesaggio di vita, dell’impermeabilizzazione di milioni di metri quadri di suolo agricolo e naturale, sono ormai diventate una ricorrente notizia di cronaca. L’urgenza di una politica nazionale che affondi il dissesto idrogeologico, la necessità di leggi che blocchino il consumo di suolo e incentivino le demolizioni nelle aree a rischio, l’opportunità di un servizio civile che coinvolgi giovani italiani ed europei nella mappatura dei suoli e nella loro riparazione.
Non dobbiamo mai dimenticare che, nel bene e nel male, il territorio riflette -senza poterle occultare- le scelte della società; e -su un tempo più lungo- quelle della politica.

09 OTT 2014
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classico e contemporaneo

Oggi a Firenze, invitato dal Sindaco Nardella, ci sarà Hans Ulrich Obrist, curatore/critico di arte contemporanea (e co-direttore della Serpentine Gallery di Londra). Con lui -e con un gruppo di curatori, critici, artisti, direttori di Museo- parleremo di cosa significhi far dialogare arte contemporanea e arte classica. Delle promesse e dei rischi di questo dialogo. Di come evitare che il contemporaneo salga sulle spalle dei giganti del passato per acquisire un po’ di nobiltà. Di come il semplice accostamento di opere concepite in epoche lontane non sia di per sé garanzia di valorizzazione e attualizzazione della nostra storia. Nè di qualità e valorizzazione per opere realizzate oggi.
Ma il vero tema del “pensatoio” fiorentino a Palazzo Vecchio sarà domandarsi quale sia oggi il posto dell’arte (a noi) contemporanea e -dunque- quale il suo rapporto con l’arte classica (presente nello spazio, lontanissima nel tempo).
Firenze, fino al 1530 è stata la culla dell’arte contemporanea. Oggi lo è del Patrimonio artistico dell’intera umanità.
Da qui può partire una riflessione coraggiosa e innovativa.

07 OTT 2014
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La Cultura come Capitale Sociale. Una riflessione sull’Huffington.

http://www.huffingtonpost.it/stefano-boeri/cultura-capitale-sociale-valorizzare_b_5945160.html?utm_hp_ref=italy

Qualche giorno fa a Firenze al Forum Unesco (http://en.unesco.org/events/third-unesco-world-forum-culture-and-cultural-industries) ho parlato della Cultura come di un Capitale. Capitale proprio nel senso di un patrimonio di risorse che ha diverse proprietà: può essere “fisso” come le case o immateriale come le transazioni finanziarie; concentrato o diffuso; dotato di un valore d’uso e di uno di scambio.
Ieri, introducendo il Forum, il Sindaco Nardella aveva richiamato l’importanza della cultura come “prodotto interno” di un Paese, proponendo di riflettere su come misurare questo “PIC”, importante almeno quanto il PIL che così tanto incide nel definire la gerarchia economica e geopolitica delle nazioni nel mondo contemporaneo.
In particolare, oggi al Forum Unesco mi sono chiesto come sia possibile valorizzare, usare e scambiare quell’eterogenea porzione del Capitale/Cultura rappresentato dalle energie diffuse nelle nostre città.
Quel “Capitale Sociale” di talenti, creatività, rischio di impresa che si manifesta in migliaia e migliaia di associazioni, comunità, consorzi, gruppi, cooperative che producono cultura nel loro territorio; che investono e implementano un Capitale di idee, opere, eventi, performance, progetti nel campo della musica, della poesia, dell’artigianato, della moda, dell’arte, del design, della letteratura, del cinema, della fotografia.
In una condizione di risorse scarse, anzi scarsissime, per le pubbliche amministrazioni locali e centrali, il confronto e l’orientamento di questo Capitale diffuso e caleidoscopico è cruciale. Cruciale perché consente di sviluppare una politica pubblica sulla cultura che oltre che basarsi sul proprio Capitale fisso di opere e architetture -e non basarsi ormai quasi più su un autonomo e ormai esiguo Capitale finanziario- riesce ad attivare e orientare quel Capitale Sociale frammentato e straordinario che vive nelle nostre città; a farlo diventare “pubblico”, cioè disponibile, diffuso, in una parola “comune” a tutti i cittadini.
Cosa serve per valorizzare e rendere davvero comune questo patrimonio diffuso? Serve una politica che sappia innanzitutto riconoscere, vedere dove esso si annida. Dove letteralmente sta e si esprime: nelle scuole e nei laboratori, negli uffici e nelle cantine, nei centri sociali e nei centri di ricerca.
Ma questo non basta. Almeno tre altre “politiche” sono richieste ad un’amministrazione pubblica che finalmente si accorge della dislocazione diffusa delle imprese culturali e creative.
La prima riguarda un valore difficilissimo da misurare eppure così richiesto e apprezzato dal variegato mondo della produzione culturale diffusa: la Reputazione. Un valore che per essere distribuito richiede un connotato di neutralità, direi quasi imparzialità, che solo una regia pubblica delle politiche culturali può davvero offrire.
Promuovere, organizzare e pubblicizzare episodi, eventi e manifestazioni di cultura diffusa e simultanea –gli eventi PianoCity a Berlino (http://pianocity-berlin.com) e di BookCity a Milano (http://www.bookcitymilano.it) sono esemplari- significa offrire a una rete selezionata di produttori di cultura la scena urbana come palcoscenico. Significa legittimarli –selezionandoli sulla base di un criterio di merito e non di anzianità- come protagonisti capaci di offrire cultura al grande bacino degli utenti di una città.
La seconda politica di valorizzazione del Capitale Sociale Cultura riguarda la semplificazione. L’ingorgo di norme, permessi, autorizzazioni che strangola chi produce cultura “dal basso” è un tappo potente che schiaccia la linfa vitale sprigionata dai territori. Interventi di semplificazione e contemporanea responsabilizzazione degli operatori sono una condizione necessaria per incentivare le energie vitali della Cultura Sociale.
Si pensi, per fare un esempio, alle migliaia di nuovi locali per la musica dal vivo e d’autore nati in Inghilterra dopo l’approvazione del Live Music Act che ha sostituito con una semplice autocertificazione una valanga onerosa (tempo e risorse) di documenti, permessi, certificati (http://www.ukmusic.org/policy/live-music-act).
Infine, la componente più delicata e importante di una politica pubblica che volorizzi la Cultura come Capitale Sociale, è quella relativa al carattere eterogeneo, multiculturale e spesso cosmopolita di quest’ultimo.
All’opportunità –per riprendere una celeberrima distinzione di Robert Putnam- di distinguere nelle risorse della cultura diffusa un Capitale Sociale/Legame e un Capitale Sociale/Ponte. Ovvero, da un lato quelle risorse che permettono ad una comunità (etnica, religiosa, di pratiche) di riconoscersi come tale a partire da un’identita condivisa tra i suoi membri (Capitale Sociale/Legame ) e dall’altro lato la convinzione che quelle risorse acquistino valore solo se investite in una relazione di scambio con le altre comunità (etniche, religiose, di pratiche) disposte a ricevere e condividere una quota del loro Capitale Sociale di idee, tradizioni, progetti (Capitale Sociale/Ponte).
L’equilibrio tra queste due forme di Cultura sociale –o meglio una continua oscillazione tra le due- è un difficile, delicato, prezioso tema di politica pubblica.
In questa prospettiva io credo che il Forum delle Culture della Città Mondo promosso dal Comune di Milano nel 2011 , che ospita più di 500 associazioni rappresentative delle più di 100 comunità internazionali di Milano sia un modello importante. Nel Forum e nei tavoli tematici si sono per mesi confrontati–attraverso progetti di interazione culturale- le identità “originarie” delle diverse comunità che in molti casi hanno generato identità più complesse e ricche, come nel caso della Tavola Planetaria progettata per Expo nel novembre 2012.
(http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/contentlibrary/Elenco+Siti+tematici/Elenco+Siti+tematici/Forum+della+Citta+Mondo/Chi+Siamo/)
Ma anche il processo di Geodesign promosso nel 2008 dal Comune di Torino e dalla rivista Abitare (http://www.torinogeodesign.net) descrive efficacemente l’equilibrio tra queste due forme di Cultura Sociale.
Dopo aver mappato i “desideri” dei cittadini (oggetti, utensili, servizi, spazi mancanti e desiderati), Geodesign selezionò tre gruppi: 48 aziende, 48 creativi (designer) e 48 comunità di pratiche – dai pensionati della bocciofila che chiedevano un sistema più efficace e mobile di illuminazione del campo, ai giovani maghrebini che volevano un kit per il mercato di Porta Palazzo, agli studenti Erasmus che volevano progettare una radio, alla comunità LBGT che chiedeva di combinare privacy e sicurezza nelle dark room…
Per diverse settimane, nelle scuole di Torino 48 gruppi misti di progettazione (per ognuno un’azienda, un designer e una comunità di pratiche) si riunirono attorno ad ogni “oggetto desiderato”, fino a progettare e realizzare un suo prototipo che fu esposto in una mostra pubblica esibizione a tutti i cittadini. Il brevetto dell’oggetto desiderato fu affidato alla comunità che, in alcuni casi, si trasformò in impresa per produrlo in serie.
Un esempio straordinario di come la cultura, oltre che quelle etniche o religiose, sa combinare insieme anche le diversità di sapere tecnico per farle confluire in un progetto inedito, socialmente utile e condiviso.
In un’epoca di Capitale fisso sprecato e di Capitale finanziario scarso, la valorizzazione del Capitale sociale che la cultura diffonde sul territorio, è diventata una sfida necessaria per il governo delle nostre città.

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