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28 GEN 2015
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Da #Agrigento (domenica)a #Oslo (oggi) passando x Milano e Bruxelles vedi con gli occhi l’irriducibile pluralità di questa bellissima Europa. E ti chiedi come sia possibile immaginarsi questa Europa/Arcipelago senza la Grecia, sua Madre generatrice.. Da lì nasce il Mare comune che avvolge e lega tra loro le isole culturali e geografiche dell’Europa.

26 GEN 2015
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#veryexpo

#expo sarà un successo, spero solo che il giorno dopo tutti quelli che hanno compromesso il dopo-expo non saranno già scappati via #veryexpo

25 GEN 2015
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#vesparch

Cos’è #vesparch?
E’ un’esplorazione collettiva in scooter dei paesaggi sociali e urbani di una città, intervallata da soste e incontri con cittadine/i e protagonisti della vita quotidiana e istituzionale.
Ieri ad #Agrigento #vesparchAgrigento ci ha permesso di ragionare, raccogliere idee, proteste, consigli e visioni su un territorio vasto, che nel pomeriggio abbiamo discusso e confrontato in pubblico.
Il prossimo #vesparch? Sarà a Mantova.

23 GEN 2015
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#vesparch ad Agrigento

La Valle dei Templi e l’Anticittà delle palazzine sparse; la città araba e i condomini di 20 piani costruiti negli anni’60; gli ulivi centenari e i borghi abbandonati.
Agrigento è una sintesi drammatica e sublime delle contraddizioni del territorio italiano.
Domani mattina (tempo permettendo) attraverseremo con #vesparch i paesaggi di Agrigento; nel pomeriggio ne parleremo al Collegio dei Filippini.
L’urbanistica non è una sezione della politica; è la Politica, tutta intera, che si fa spazio.

13 GEN 2015
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su Expo e Milano

#expo, #milano un’intervista su Vita.it a cura di Lorenzo Maria Alvaro

Il 6 settembre 2009 era stato lui insieme a due grandi architetti come Richard Burdett, Jacques Herzog a presentare a Palazzo Reale il primo concept di Expo. Poi per ragioni che restano imperscrutabili all’uomo comune, Stefano Boeri è stato messo fuori gioco. Nonostante questo l’architetto premiato per il miglior grattacielo al mondo costruito nel 2014, guarda all’Expo con molta fiducia e buone aspettative. Senza nascondersi più di un timore.

Che città è la Milano che va verso Expo?

Una città che ha una grande voglia di ripartire e di contare nel mondo, non solo in Italia. Una città con mille energie e forse alla ricerca di una regia culturale e politica. Una città di grandi ricchezze e di grandi povertà che, mai come questi ultimi anni ha vissuto una polarizzazione estrema tra benessere e disagio.

Quanto è cambiata Expo rispetto all’idea di Boeri?

Non era targata Boeri ma Richard Burdett, Jacques Herzog e il sottoscritto, con l’ispirazione di Carlin Petrini. L’idea era quella di provare a fare i conti con la natura ormai anacronistica delle esposizioni universali. In un mondo in cui l’informazione circola nelle nostre tasche e sui nostri tablet in tempo reale, non ha più senso creare eventi che pretendono da soli di narrare il mondo . Questo spiega il sostanziale fallimento delle principali Expo nei Paesi occidentali e, di converso, il successo di quella di Shangai, dove milioni di cittadini cinesi sono andati a vedere il mondo per la prima volta grazie all’Expo. Per questo pensavamo di fare un Expo rivoluzionaria, dove il tema -“Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”- non fosse semplicemente documentato, rappresentato, simulato, ma diventasse tout court lo spazio del sito di Expo. Dovendosi parlare di cibo, noi volevamo fare un grande parco agro-alimentare; dovendosi parlare di biodiversità, noi volevamo portare la biodiversità nel luogo stesso dell’esposizione. Non come documentazione fredda, ma come vera energia presente e creativa nei luoghi. Sognavamo un grande orto botanico in cui tutti i Paesi, dal più ricco al più povero, avrebbero avuto lo stesso spazio per raccontare le proprie tradizioni e capacità di trasformare in cibo il prodotto agricolo. Un luogo in cui le grandi questioni del cibo, della fame, dell’agricoltura fossero trattate come grandi narrazioni e scenari per un futuro. Avevamo progettato uno spazio sostanzialmente coltivato e permeabile, con serre e padiglioni leggeri appoggiate al terreno. Con un rapporto tra spazi verdi permeabili e spazi impermeabili e coperti di 70 a 30. Adesso sento dire che il nostro progetto sarebbe stato troppo costoso e avrebbe avuto problemi con il maltempo. Mah…Mi permetto di dire che il costo, trattandosi di strutture leggere, sarebbe stato incommensurabilmente più ridotto. E sul maltempo..beh…rimango interdetto: mi piacerebbe piuttosto che ci spiegassero le ragioni di quella gigantesca e inutile piastra di cemento di un milione di metri quadri che è stata costruita sotto la superficie del sito – e che rischia di costituire un ulteriore aggravio del dissesto idreogeologico del nord Milano….Una follia!

Siamo ancora di fronte ad una grande opportunità?

Sinceramente penso di sì. Non ho mai nascosto le critiche alla governance di Expo e credo di aver pagato per questa mia trasparenza. Ma non ho mai dubitato che sarà un successo. Si poteva fare meglio, certo, ma questo non vuol dire che non sarà comunque un evento formidabile. Avere 140 Paesi che si ritroveranno a Milano è un’occasione fantastica.

Che città sarà Milano dopo l’evento?

Se fossimo riusciti a collocarlo dentro una visione del futuro della Grande Milano, Expo sarebbe stato un acceleratore verso una grande transizione, condotta e guidata dalla politica. Ma questo non è avvenuto. Anzi: per un ungo periodo la politica cattiva ha governato Expo e quella buona si è ben guardata da assumersene la responsabilità . Ma oggi dobbiamo provare a dare corpo a questa visione, usando la grande visibilità e le connessioni che Expo ci porterà in dote. A partire dal 1 novembre 2015 dovremo trovare un modo per dare continuità al ruolo internazionale che Milano avrà acquisito. Per questo non ho ancora capito perché le amministrazioni locali abbiano snobbato la proposta di Romano Prodi sulla costruzione a Milano di un’Agenzia Mondiale sull’Acqua. Io aggiungerei che Milano potrebbe candidarsi, grazie ad Expo, a diventare la capitale di una rete di grandi città mediterranee che affrontano il tema dell’alimentazione; il Mediterrano è il futuro dell’Europa e Milano potrebbe guidare questa sfida.

E sul destino del sito?

C’è stato un certo dilettantismo nel gestire la questione. E oggi, ahinoi, il rischio è che si passi da “nutrire il pianeta” al “pianeta delle nutrie”, con un sito abbandonato a sé stesso e senza un’idea chiara da parte della politica. L’unica voce forte e chiara è stata quella di Gianfelice Rocca, Presidente di Assolombarda, che ha parlato di una Silicon Valley italiana. Concordo e aggiungo che il dopo Expo sia in continuità con i temi dell’esposizione: serve un grande progetto condiviso che porti in loco tutte le grandi componenti dell’agroalimentare italiano: la ricerca, l’esposizione, la commercializzazione, l’intrattenimento. Ma per questo il sito deve essere ancora per un certo periodo gestito dal pubblico. Vendere oggi a un privato è quasi impossibile, sono cifre folli – peraltro nate da grandi errori come quello di acquistare le aree ai privati con un valore 16 volte superiore a quello agricolo. Bisogna piuttosto concordare con le banche un periodo di gestione pubblica del sito, in attesa che si completino le infrastrutture (che non saranno finite con Expo) e poi, gradualmente, dare l’area in concessione o venderla a privati sulla base di progetti seri e sostenibili. E’ l’unico modo per evitare un ulteriore umiliante spreco di soldi pubblici. A questo scopo sarebbe utile concordare con la Bie una modifica dell’art. 3 del regolamento Expo. In modo che anche dopo l’esposizione il sito rimanga in “zona Expo”, in accordo con il Bureau of International Expositions. Una Expo.2 che parta il giorno dopo la chiusura di Expo.1 e che ne costituisca l’opportuno e coerente prolungamento. Questa variazione sarebbe di grande aiuto anche per città come Dubai o Astana che si apprestano ad ospitare i prossimi Expo. Nel mondo di oggi, è insostenibile e assurdo che eventi planetari come Expo durino appena sei mesi e poi vengano quasi completamente smontati – o, nella più parte dei casi, lasciati in eredità come rovine nel deserto.

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