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20 SET 2015
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Badalucco, Sabato 19 settembre 2015 discorso in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria

Caro Sindaco, gentili Consiglieri, Autorità, care amiche e cari amici,

diventare cittadini, acquisire una cittadinanza, signfica –nella sua essenza- radicarsi in un luogo, mettere radici. Ma nel mio caso, oggi, significa molto di più: significa riscoprire qui, a Badalucco, le radici mie e della mia famiglia.

Le radici, nella vita, sono una presenza incostante. In certi periodi, in certi lunghi periodi –quando stiamo costruendo una nuova identità- facciamo di tutto per perdere di vista le nostre radici familiari, per allontanarcene. In altri momenti invece le cerchiamo, ne abbiamo quasi necessità; ci aiutano e ci rassicurano.
In altri momenti ancora, le nostre radici tornano a farsi vive quando non le cerchiamo. Riemergono di colpo, inaspettatemente, quasi per miracolo.

Devo la riscoperta di Badalucco e della Valle Argentina ad uno di questi eventi inaspettati: una telefonata di Carlin Petrini, l’artefice di Slow Food a Franco Roi Boeri –vero Maestro dell’olio taggiasco- di qualche anno fa. Dopo una serie di bicchieri di ottimo rosso, raccontavo a Carlin delle mie radici liguri. E Carlin aveva svegliato Franco -alle 2 di notte- per dirgli che aveva trovato, per caso, a Milano, un cugino; e me lo aveva passato.
Da lì è nata un’amicizia –con Rossella e Franco e i loro figli e amici del Bistrot dell’Ulivo- che è diventata da subito, indiscutibilmente qualcosa di più: è diventata un legame familiare.
Insomma: avevo trovato dei nuovi cugini. E anche ritrovato un pezzo importante delle mie memorie infantili.
Le memorie di quando, da bambino, accompagnavo -con mio fratello Tito- mio padre a Sanremo (dove aveva avuto un incarico come medico neurologo) e nelle ore libere ci portava nella Valle –a Badalucco, a Taggia a incontrare dei suoi zii e a riscoprire i luoghi di nascita di nostro nonno Gianbattista e della sua famiglia.
Mio nonno, ultimo figlio di una famiglia di agricoltori, era nato nel 1883 e nei primi anni del ‘900 si era trasferito a Milano a studiare legge. Gianbattista Boeri ebbe una vita intrecciata alla politica: fu eletto senatore nel 1923 per i democratici liberali per poi dimettersi in opposizione al regime fascista. Nel 1942 fu uno dei fondatori del Partito d’Azione e nel dopoguerra, rieletto Senatore, membro della Costituente.
Durante la guerra, dalla Svizzera dove era espatriato, teneva i contatti con Ferruccio Parri –leader del Comitato di Liberazione Nazionale e del Partito D’Azione- e i più giovani dei suoi 5 figli, Enzo e Renato, impegnati nella guerra di liberazione. Enzo Boeri, mio zio, era diventato responsabile per il CLN dei servizi di intelligence: da Napoli aveva organizzato in collaborazione con gli alleati il rifornimento di armi per le brigate partigiane nel nord Italia, per poi paracadutarsi lui stesso in Val Toce, dove Renato Boeri, mio padre comandava una brigata partigiana.
Mio padre non parlava volentieri della guerra di liberazione. Ma ricordo benissimo alcune memorie della sua resistenza ,raccontate a noi bambini, -chissà perché proprio durante le escursioni nella valle Argentina. Forse perché la politica e l’impegno civile erano anche per lui legati alle radici, e le radici –anche quelle politiche, antifasciste- a questa valle.

Un secondo legame con le mie radici a Badalucco è invece legato alla fantasia.
Da bambino, proprio negli anni delle nostre visite nel ponente genovese, avevo letto la trilogia araldica di Italo Calvino e mi ero appassionato al suo libro forse più bello: il Barone Rampante, scritto da Calvino nel 1957.
Per me, Ombrosa, il Paese di nascita del giovane Barone Cosimo Piovasco di Rondò, che a 12 anni, dopo un litigio con il noisissimo padre, decide di passare il resto della vita sugli alberi, era nella vale Argentina; era Badalucco.
Del resto era qui, in queste terre, che Calvino –che ci ha lasciato, esattamente, 30 anni fa- aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza; ed era nel Ponente Ligure che aveva radice, una radice biografica e geografica, il suo immaginario.
Ed era per me impossibile separare l’immagine di Ombrosa da quella dei luoghi del Ponente ligure che visitavo in quegli anni con mio padre.
E così qualche anno fa, quando mi è capitato di immaginare e realizzare una bizzarra architettura alta e abitata da alberi, dove gli alberi la fanno da padroni e dove gli umani vivono nel cielo tra le foglie e i rami degli alberi, sapevo da dove arrivava l’ispirazione .
Sapevo che dietro alle foglie del Bosco Verticale c’erano anche Cosimo e Ombrosa e gli ulivi della valle Argentina e Badalucco, e la mangolfiera a cui Cosimo si affida abbandonando gli alberi per il mare aperto, il mare Ligure, alla fine del romanzo di Calvino.

Un terzo legame con le radici è invece legato a questa piazza.
Quest’estate, con la sorpresa di alcuni miei famosissimi accademici colleghi, ho risposto ad un’intervista sul Corriere della Sera sulle piazze più belle del mondo, citando la piazza di Badalucco. Che così è apparsa sulle pagine nazionali del “Corrierone nazionale” insieme alla Piazza Rossa di Mosca, a Piazza San Marco a Venezia, piazza Tien a Men a Pechino e Piazza San Pietro a Roma.
Bene: io penso davvero che la piazza di Badalucco sia la più bella del mondo; e che la sua bellezza sia tanto più importante perché è una bellezza esemplare.
La piazza di Badalucco, questa piazza, è la piazza di tutti i piccoli centri storici che costituisco l’anima profonda del nostro Paese, e che presidiano migliaia e migliaia di ettari dei nostri territori.
Piccoli centri spesso abbandonati e degradati che seguendo l’esempio di Badalucco potrebbero tornare a giocare un ruolo cruciale non solo nella cura del paesaggio, ma nell’economia e nella cultura del nostro Paese. Perché grazie a voi, grazie alla vostra creatività e passione, Badalucco è oggi insieme un luogo piccolo e grandissimo, incastonato nella Valle Argentina eppure conosciuto nel mondo per la sua tradizione e eccellenza nella coltivazione degli ulivi e nella valorizzazione dei prodotti dell’oliva taggiasca.
Ma c’è più: come tutte le piazze storiche italiane, la piazza di Badalucco è un luogo aperto e pubblico. Un luogo bellissimo, intimo e insieme pubblico, dove può accadere di tutto. Ed è proprio grazie a questa sua generosa imprevedibilità che questa piazza rappresenta il cuore, le radici, della sua comunità di cittadini.
Le piazze sono le radici delle nostre città. Radici nel tempo e nello spazio.
Radici da cui ci allontaniamo e ci riavviciniamo nel corso della nostra vita; che tornano a volte, improvvisamente, a essere farsi vive, a restituirci il senso della nostra esistenza.
Le piazze delle nostre città sono le radici da cui nascono, e crescono, gli alberi e le fronde e i rami le foglie delle nostre vite, dei nostri viaggi, dei nostri incontri, degli spazi che abitiamo e immaginiamo.
Ecco: oggi sono felice di tornare ad essere una parte, piccolissima, dell’albero di Badalucco.

12 SET 2015
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le città dall’alto –

Se le città si riconoscono al passo, come ci ha spiegato Musil, le metropoli si dovrebbero poter riconoscere dal cielo. Del resto, da Bourke-White (nella foto sul Chrysler Building nel ‘34) a Gabriele Basilico, da Michelangelo Antonioni a Tim Burton, salire e abbracciare con lo sguardo enormi porzioni di vita e spazio è stato il sogno di molti architetti, fotografi e cineasti della modernità. Ma salire per prendere distanza dal mondo urbano, non significa mai, automaticamente, staccarsi dal brulicare delle vite che scorrono nello spazio urbano. Le città viste dall’alto dei grattacieli non diventano mai solo corrugazioni minerali, ma continuano a svelarci la vitalità della metropoli: quella dei flussi delle lamiere e dei fari, della punteggiatura vibrante degli umani, delle luci dei cortili e degli interni abitati. Guardare dall’alto una città non significa vedere di più, ma acquisire una prospettiva diversa, obliqua e penetrante, non solo sullo spazio, ma anche sui comportamenti che lo percorrono.

Corriere della Sera, 11 settembre 2015

08 SET 2015
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post Expo

dopo-Expo, alcune considerazioni in un’intervista a Il Giorno

03 SET 2015
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il bambino siriano annegato

Quella foto del corpo di un bambino siriano annegato portato dalle onde sul bagnasciuga di una spiaggia della Turchia.
Quella foto è una vergogna.
Non per chi la guarda, o la pubblica; ma per chi non vuole guardarla. E si permette di trattare come clandestini e usurpatori, un popolo di bambini, donne, ragazzi che fuggono dalla morte, dalla guerra civile, dai nazisti dell’ISIS.
La vergogna di chi pur di affermare le sue idee non guarda in faccia il mondo.

23 AGO 2015
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Milano e le elezioni del 2016: che fare? Microfono aperto su Radio Popolare A partire dal minuto 45.

http://podcast.radiopopolare.it/mattino_05_08_2015.mp3

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